Barbi a feeder in corrente

Non si può vivere di sole carpe, brèmes o carassi, mi disse un giorno il più simpatico degli haters che io abbia mai conosciuto. Non potevo dargli torto: ogni tanto, per quanto abbia ormai abbracciato la pesca come attività ricreativa e non competitiva, sento il bisogno di confrontarmi con del pesce meno "facile", meno abbondante ma soprattutto più nobile. Prede autoctone, da catturare attraverso una impostazione tecnica elitaria, che ti cambiano la prospettiva alieutica, a volte fissata in contesti a pagamento o riserve di pesca con ripopolamento. Ecco quindi che un avversario come il barbo, non proprio da tutti, piuttosto complesso da ricercare e catturare, assolve perfettamente a questo compito evolutivo, a patto di pescarlo con stile, proprio come vi propongo quest'oggi.

Un degno avversario: il barbo!

Tra i pesci di casa nostra più conosciuti, dopo il cavedano c'è lui: il barbo. È un ciprinide dal corpo allungato e muscoloso, capace di sprigionare una forza superiore a quella che si pensi per la sua reale misura. È un amico timido, spesso gregario, che vive a contatto sul fondo e vi resta spesso incollato ad esso, mantenendosi sempre attivo ed alla ricerca di cibo. Ama l'acqua corrente, disdegna quella stagnante. Non ha problemi a vivere in fiumi che restano freddi anche durante tutto l'anno. I più familiari sono i barbus plebejus o barbo padano, protagonisti del servizio fotografico odierno. Personalmente li ho visti e pescati sia in Trentino, sia in Veneto, ma la loro presenza è riscontrata ancora più a Sud, persino sull'Ofanto, in Basilicata a Rocchetta Sant'Antonio (zona al confine con la Puglia, regione in cui sono nato) o sul Basento. I barbi popolano quindi gran parte della nostra penisola e da alcuni anni sono compagni di merende dei cosiddetti barbi spagnoli: una "razza" con caratteristiche simili che raggiunge pezzature molto più importanti di quelle che mi vedono in foto (che invece sono autoctoni e di dimensione correlata all'ambiente dove sono stati catturati). I barbi spagnoli sono stati introdotti in Italia perchè ghiotti di uova dei siluri, quindi capaci di contrastare la diffusione di questo tipo di pesce. Si riproducono tra metà maggio e metà giugno, sono abbastanza attivi in estate e inizio autunno, mentre in inverno riducono la loro vitalità entrando in letargo, anche se col freddo gli esemplari più grossi tendono ad andare alla ricerca di cibo, cadendo vittime del tranello di pescatori esperti. Si cibano di vermi e invertebrati a contatto sul fondo, non disdegnano il bigattino o esche dal forte sapore, tipo formaggio. Hanno un punto debole: amano tutto ciò che è di colore rosso!

Feeder al barbo in corrente

L'ispirazione per questo pezzo, lo ammetto, non è tutta farina del mio sacco. Alle preziose indicazioni tecniche ha sicuramente contributo un grande e giovane campione padovano, mister Alberto Bettella, che ho avuto modo di conoscere proprio durante una sessione di pesca al barbo con la bolognese. Quindi il merito è tutto suo, io invece mi sono limitato a riformulare la pescata in chiave differente e più alla portata per pescatore amatoriale: pesca al barbo col pasturatore. Trattasi di un'alternativa reale alla pesca a galleggiante, che non va praticata soltanto nei grandi fiumi, bensì può essere adattata anche a corsi d'acqua di pianura o collinari, dove sono presenti fondali ciottolosi e correnti veloci, tanto amate dai barbi. La pesca a feeder al barbo, inoltre, rende un po' più facili le cose quando c'è da tenere un'esca in pesca in condizione di forte trazione per via dell'acqua che scorre. Il peso del pasturatore (sicuramente superiore ai 50 grammi) consente di pescare più stabili, in modo più preciso e meno ballerino, cosa che vi assicuro essere fondamentale per il ciprinide. Una cosa che ho imparato dopo varie uscite di pesca, infatti, è che i barbi vogliono l'esca ferma sul fondo e se questo criterio è rispettato, l'esito della battuta è quasi assicurato.

Bigattini incollati, ghiaia e pastura al formaggio

Per pescare il barbo a feeder occorre crescere tecnicamente e fare un po' di pratica con qualcosa di nuovo. Acquisteremo dal negoziante un nebulizzatore, circa mezzo chilo di bigattini (senza segatura!), una busta di ghiaia da pesca, una confezione di pastura al formaggio rossa/bianca da barbo, un barattolo di colla da bigattini (io uso molto spesso la destrina anzichè la gomma arabica). Non c'è altro da aggiungere a tutto l'occorrente: pochi ma fondamentali acquisti per trascorrere una buona mattinata di pesca. Indossiamo dei guanti chirurgici, per preservare la pulizia e l'igiene delle nostre mani dato che verremo a contatto con larve incollate e formaggio. Versiamo i bigattini (ripuliti dalla segatura) in un secchio o una bacinella. Aggiungiamo poi della ghiaia in una quantità inferiore alla metà dei bigattini versati. Mescoliamo tutto. Aggiungiamo una buona "spruzzata" di colla in polvere, mescoliamo il tutto ancora una volta. Nebulizziamo poca acqua sui bigattini misti a ghiaia (che saranno quasi infarinati). Evitiamo di esagerare con l'acqua, occorre soltanto inumidirli. Dopo qualche istante, la colla farà il suo effetto e le larve inizieranno ad incollarsi magicamente alla ghiaia. Riversate meno di un etto di pastura al formaggio sul tutto, al fine di donargli un odore ancora più forte. Amalgamate tutto con le mani. È finita, la pasturazione a base di bigattini, ghiaia e sfarinato bianco o rosso è pronta. Qualcuno si starà chiedendo: come mai la ghiaia? Semplicemente perché appesantisce i bigattini e il pasturatore, permettendo una discesa sul fondo ancora più veloce in condizione di forte corrente.

Montatura per la pesca a feeder del barbo: spartana ma efficace!

Lenze complesse e raffinate sono sicuramente utili in molte condizioni, dalla pesca in mare alla spigola alla bolognese ultralight al cavedano. Quando però l'avversario è un pesce che vuole l'esca ferma sul fondo e non ci sono alternative, penso che una lenza spartana ed elementare (ma stabile) possa essere la soluzione migliore. Ciò lo dico sulla base di esperimenti che avvalorano la tesi e sono pronto anche ad un contraddittorio, semmai dovesse succedere esserci. Cosa fare, quindi, per pescare il barbo col pasturatore? Armiamoci di una bella canna ad azione rigida, tipo una 3.90 da feeder e un buon mulinello di taglia 4/5.000.

Dopodiché, in fase di realizzazione della montatura, passeremo un anti-tangle rigido metallico o plastico attraverso il filo madre (un valido 0.23/0.25). Chiuderemo la lenza con un gommino parastrappi in silicone, una perlina rigida e una girella di dimensione media. Il terminale, invece, sarà composto da uno spezzone variabile tra il 0.19 e lo 0.23, preferibilmente in fluorocarbon (viste le acque limpide in cui potremmo pescare) di più o meno 70 centimetri, da allungare fino al metro in caso di forte corrente. L'amo da scegliere deve essere robusto, magari anche nichelato, a gambo lungo o corto del 12/16. L'innesco, invece, sarà composto da un bigattino infilzato nel corpo, seguito da due o tre bigattini a bandiera. Una soluzione di questo tipo garantisce il massimo della naturalezza e dell'inganno contro l'astuto ciprinide di casa nostra.

Caricheremo il pasturatore a gabbietta (quello in foto è un Cage Feeder da 50 grammi) con bigattini e ghiaia, comprimendo leggermente le due estremità. Lanceremo velocemente, per evitare di disperdere il contenuto del feeder a vuoto. Da ora comincia l'attesa, con la canna da posizionare con la cima verso l'alto, in modo tale da creare una sorta di pancia di filo col feeder, che rotolerà verso valle fermandosi e mettendosi in tensione. In questi attimi, quando la lenza diventa tesa e il pasturatore ferma la sua corsa sul fondo, è molto probabile avvertire la prima zuccata. La ferrata dovrà essere istintiva, senza troppe esitazioni. Guai a dare troppo spago al barbo durante il recupero! Muovete la manovella del mulinello combattendo serratamente con sua maestà, forzando la sua discesa verso il fondo, utilizzando eventualmente la frizione o l'anti-ritorno (extrema ratio). Il barbo, il primo di una buona serie, arriverà a guadino, ormai sfinito o forse con qualche altro residuo di forza. Avrete così catturato un caratteristico pesce d'acqua dolce, assolutamente autoctono, audace combattente e timido grufulatore. Godetevi il momento con una bella foto e rilasciatelo con cura. Probabilmente, tra qualche tempo, tornerà a trovarvi, regalandovi nuovi combattimenti e pieghe spettacolari.

Marco de Biase

Marco de Biase

Direttore di Pescanet e di Pescare in Trentino. Classe 1983, vive da diversi anni nel Nord Italia occupandosi di marketing digitale. Dopo una lunga esperienza nelle acque pugliesi dell'Adriatico, frequenta da tempo gli spot del Trentino, Veneto e Lombardia. È un pescatore esperto, audace, amante delle sfide. Comunica attraverso la scrittura, la fotografia e i social network seguiti da più di ventimila followers. È autore di due romanzi d'amore e pesca, oltre ad essere poliedrico collaboratore di riviste cartacee, aziende e blog di settore.

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