Ricordi di Pesca Vintage: il fiume Ofanto

Quando apro il cassetto dei ricordi e cerco le avventure che resteranno indelebili nella mia mente, il primo pensiero va al fiume Ofanto. Uno dei due fiumi di Puglia (fratello del Fortore), il più importante del versante Adriatico dopo il Reno, il secondo per lunghezza di tutto il Meridione dopo il Calore. Questi dati, per quanto appartenenti ad un trattato di geografia o idrografia, sono rimasti impressi a lungo nella memoria. Sono stato molto fortunato ad approcciarmi alle acque dolci con un avversario di tutto rispetto, a poco più di vent'anni. Ed ora me ne rendo conto, mentre le dita pigiano la tastiera ed ascolto Electric Tears di Buckethead in sottofondo per ispirarmi. Passo in rassegna ricordi, fotografie e frammenti di pescate appartenenti al triennio 2006-2008, ovvero circa quindici anni fa (scrivo queste righe nel pieno della terza ondata da Covid-19 - febbraio 2021).

Pesca alla passata sul fiume Ofanto

Le prime esperienze in acqua dolce avvennero durante la metà degli anni 2000. Avevo il viso da sbarbatello e l'animo del pescatore audace. Cercavo di crescere tecnicamente e desideravo aprirmi al mondo dei fiumi che mi incuriosiva da sempre. Frequentavo compagni di pesca coraggiosi, che ambivano a nuove esperienze confrontandosi con la pesca alla passata: una tecnica da puristi, tanto decantata dagli esperti del web ma a noi pugliesi praticamente sconosciuta. Ecco che scelsi di avventurarmi sull'Ofanto assieme ad un temerario. Eravamo armati di canne bolognesi, sacche colme di bigattini, pastura dolce comprata miracolosamente a Molfetta, da un negozietto il cui proprietario aveva origini milanesi. Ma soprattutto mappe ricavate dall'internet, con indicazioni frammentarie e pressochè inesistenti. Faceva molto freddo per essere nella terza domenica di gennaio, eppure c'era il tepore umano della scoperta ad alimentare i nostri cuori. Arrivati tra Barletta e Margherita di Savoia, sorpassammo il ponte della statale che sovrastava il fiume e ci dirigemmo a destra, verso valle. Scavalcammo l'argine con l'auto e vedemmo entrambi, per la prima volta da vicino, il Nilo di Puglia... l'Aufidus o meglio, l'Ofanto. Restammo fuori dall'auto a guardare l'alba e ci riscaldammo sorseggiando del thè caldo.

Di quella domenica gelida e improvvisata restano le foto, i frammenti di poche e difficili catture. Era in assoluto la mia prima esperienza di pesca alla passata. Scelsi di farlo con la meravigliosa Tubertini KB-301 ed un Shimano Twin Power a frizione posteriore. Preparai una lenza a scalare montando un galleggiante a goccia di 2 grammi. Innescai due bigattini su un amo del 18 e ne fiondai una manciata prima di lanciare. Armeggiai la canna con la mano destra e lasciai che il filo si adagiasse sulla superficie dell'acqua. Ritentai più volte questo movimento e restai a guardare la passata del galleggiante da destra a sinistra, mentre il mio caro amico Giacomo improvvisava anch'egli quei movimenti così nobili attraverso una Maver Superlithium 55 MX che chissà dove sarà finita. 

Il freddo non lasciò scampo ma il sole si fece alto. Ad un tratto vidi bollate in superficie e capì che qualcosa stava per accadere. Il galleggiante affondò. Il filo si rizzò. Ferrai istintivamente e sentì vibrare la canna. Non avevo proprio idea di cosa si trattasse: un cavedano, un cefalo, una carpa? La risposta arrivò qualche attimo più tardi. Gridai per la felicità, tremai per la gioia. Avevo catturato il mio primo pesce d'acqua dolce sull'Ofanto, un fiume praticamente sconosciuto a tutti. Tirai su il carassio e scattai una sorta di selfie (a quei tempi sconosciuti) mentre lo baciavo sul labbro. Poi lo rimisi in acqua, non prima di averlo passato a Giacomo per una foto ricordo. Da quel giorno tutto cambiò e mi dedicai sempre più al fiume, fino a frequentarlo in tutti i suoi tratti, dalla zona a confine con Cerignola fino alla foce. Ed è qui che, come si nota in foto, catturai svariati esemplari di cefalo pescando col coreano a passata. Misi alla prova un attrezzo che poi ho stupidamente venduto: la Trabucco Team Italy Bolo Strong Action 60, regalata da mia madre per Natale, dopo un ottimo 30 a scienza politica (esame più difficile del mio corso di laurea).

Il Ponte Romano e il Ponte delle Puttane

L' anno successivo decisi di proseguire con le mie esplorazioni sull'Ofanto. Avevo la compagnia di due ragazzi impavidi e si aggiunse anche un terzo, collega di lavoro alla IGAM di Canosa di Puglia. Tentammo diversi spot, muovendoci sia a Canne della Battaglia, sia a San Ferdinando di Puglia. Il fiume era più stretto, l'acqua scorreva veloce e le sponde erano meno accessibili. Occorreva muoversi tra le campagne e ridussi l'auto ad un cumulo di fango maleodorante. Non solo... persi la sensazione di sicurezza che in qualche modo provavo nella zona della foce. Lasciai subito stare gli spot intravisti nell'internet con le mappe satellitari. Non erano affatto rassicuranti: prostitute, zingari, loschi figuri dal volto particolarmente agghiacciante. Ci spostammo più a monte, fermandoci a ridosso di due ponti che rappresentavano una possibile via di fuga in caso di assalto da parte dei delinquenti presenti nella zona (ahimè una piaga della Puglia). 

Il Ponte Romano a Canosa di Puglia diventò una tappa fissa per i weekend di fine marzo, aprile e maggio. La sua bellezza, il panorama, la quiete intrinseca del luogo mi convinsero ad affrontarlo a passata. Sfoderai la Tubertini Shadow di 6 metri, modello che ha ancora spazio nella collezione di memorie alieutiche. Il mio primo approccio con l'Ofanto in questo tratto di valle fu un po' impacciato: la portata d'acqua era minore, la profondità era risicata, non si poteva entrare in acqua perchè era pericoloso per via del letto fangoso. Tuttavia c'erano il verde dei canneti, la rigogliosità degli alberi ed il volo degli uccelli a rendere magica l'esperienza della pesca alla passata in un remoto angolo di Puglia. Mi feci coraggio e battezzai la mia bolognese con dei carassi, mentre il mio amico Mario (ritratto in foto col volto oscurato) si confrontò con una carpetta catturata con una Trabucco Technos Passata da sei metri ed un mulinello Mitchell Full Control. Le volte successive ritornai su questo spot, alternando la passata al ledgering. Decisi altresì di andare più a monte, verso un ponte dal nome caratteristico, chiamato così da alcuni colleghi di Canosa: il Ponte delle Puttane in contrada Tavoletta, tra Loconia e Cerignola.

Ciò che mi colpì del Ponte delle Puttane fu il paesaggio, un po' simile a quello dei fiumi di media portata del Nord Italia. Il folto bosco ripariale, le piante acquatiche, finalmente la possibilità di poter entrare in acqua almeno fino al ginocchio senza sprofondare nel fango. Mi sentì parte della grande famiglia dei passatisti a bolognese che leggevo sui vari forum di pesca. Ciò che mi differenziava da loro era la tipologia delle catture: carassietti, qualche alborella e rare carpe. Niente a confronto rispetto a barbi, cavedani e scardole. Però, vuoi per un fatto affettivo, vuoi perchè avevo realizzato un traguardo, il Ponte delle Puttane diventò una sorta di locus amoenus da affrontare con le lunghe bolognesi, lasciando scorrere il galleggiante in balia della corrente dopo un'abbondante fiondata di cagnotti. L'Ofanto si consacrò nell tempo come il fiume che ho amato di più in vita mia: arrivai a chiamarlo persino My Old River , parafrasando erroneamente e goffamente Hemingway.

Marco de Biase

Marco de Biase

Direttore di Pescanet e di Pescare in Trentino. Classe 1983, vive da diversi anni nel Nord Italia occupandosi di marketing digitale. Dopo una lunga esperienza nelle acque pugliesi dell'Adriatico, frequenta da tempo le acque dolci in Trentino, Veneto e Lombardia. È un pescatore esperto, audace, amante delle sfide. Comunica attraverso la scrittura, la fotografia e i social network seguiti da più di ventimila fan tra Facebook e Instagram. È inoltre autore di due romanzi d'amore e pesca, oltre ad essere poliedrico collaboratore di riviste cartacee, aziende e blog di settore.

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