ABC della pesca a bolognese

Scusate se scrivo di una tecnica di pesca senza aver postato il promesso report in acque austriache … ma mi serve l’aiuto dei miei figli e siamo in estate! Qualche giorno fa parlavo in chat col mio amico Ettore, principiante attento, che mi chiedeva dei consigli su come scegliere una canna bolognese e seguivo le risposte e i numerosi consigli che tutti gli amici del forum sono stati propensi a dare. Ho però notato che si stava dando per certo che chi chiede un consiglio su una tecnica di pesca la sappia già utilizzare ma non sempre è così … altrimenti perché chiedere un consiglio? Allora eccomi qui a rispondere a quelle domande che prima o poi bisogna farsi per aver chiara la tecnica della “bolognese”, non per dimostrare di essere chissà chi ma solo per dare delucidazioni sulla tecnica di pesca più usata nel nostro Paese, sia in mare che in acque dolci. A tal proposito ricordo di aver letto una decina di anni fa un articolo su una rivista di pesca che parlava pressoché della stessa cosa (ne conservo ancora lo schema delle lenze che allego) e che rispondeva alle stesse domande che molto spesso mi fanno e alle quali raramente riesco a rispondere con efficacia proprio perché anch’io do per scontati alcuni concetti chiave fondamentali per attuare questa tecnica di pesca (gli stessi che avevo appreso con pazienza guardando attentamente i miei “maestri”) ma che, per chi inizia, non lo sono affatto … e allora eccomi qua! Il titolo parla già da sé e riporta il titolo di un celebre film di Woody Allen, allora proverò a pormi alcune domande che forse qualcuno troverà banali (ma che farebbe meglio a farsi) e proverò a risponderein maniera chiara ed esaustiva … non prima di aver raccontato la storia di questa tecnica e il perché del suo nome. Il mulinello a bobina fissa che noi abbiniamo alla nostra canna bolognese fu inventato in Nord America agli inizio del 1870 anche se molto prima, nell’antica Cina, fu abbinato un rocchetto di legno a mò di mulinello rotante ad una canna da pesca con anelli. Ma la più famosa canna lunga ad anelli corredata di mulinello deve la sua origine al nostro Paese, ideata nella zona di Bologna, da qui il nome di “bolognese”, forse per accedere alle zone più lontane da riva nei fiumi di buona portata dell’Emilia, fino ad allora “off limit” ai pescatori con canna fissa. Questa canna vide la luce alla fine degli anni ’50, proprio per la pesca a lunga distanza e fu inizialmente costruita in canna di Nizza tranne il cimino che restava di bambù (il materiale con il quale erano costruite tutte le canne da pesca dell’epoca) e veniva realizzata in sole due misure di 4,70 e 5,40 metri. Il calcio terminale era avvolto da sughero per un’ottantina di centimetri mentre due anelli in ottone più larghi lì posti servivano a reggere il mulinello e i nomi di coloro che costruirono questi gioielli proprio nel bolognese, furono quelli di Vigarani, Bisi e Paolucci.

Le canne bolognesi per la pesca alla passata

Negli anni ’60 subentrarono le nuove fibre (vetro e fenolico) e la prima azienda a produrre canne bolognesi, non ancora telescopiche, fu la francese Lerc che portò sul mercato una canna di 5,40 di lunghezza. Fu solo alla fine del decennio che si affermarono i modelli “a cannocchiale” (primo termine per definire le canne telescopiche), molto più pratiche ma era molto difficile regolarne la parabolicità. Con l’avvento dei nuovi materiali (boron e carbonio tra tutti) con i quali venivano inizialmente intrise le fibre di vetro, le canne bolognesi divennero più lunghe e leggere, anche se molto più delicate. Munite di anelli passafilo di diametro inferiore man mano che si saliva verso la punta, queste canne consentivano il raggiungimento di distanze fino ad allora impensabili, permettendo inoltre di trattenere la lenza in pesca anche lontano da riva. Adesso permettetemi di ricordare un mio idolo e maestro di pesca che ho sempre amato e non ho mai conosciuto se non dalle pagine dei suoi libri e delle riviste sulle quali scriveva, uno dei più grandi giornalisti, naturalisti e fotografi italiani, oltre che grande pescatore, Mario Albertarelli e provo a farlo riportando alcune righe dal suo libro “L’amo e la lenza” che scrisse nel lontano 1975, che mi fu regalato proprio in quegli anni e dal quale partì e si consolidò la mia passione (o ossessione che dir si voglia) per questa meravigliosa attività. Mario Albertarelli, ricordando i suoi primi passi sul fiume in compagnia dello zio racconta: «Io ero ansioso di possedere un mulinello e una canna da lancio ma lui, che non avrebbe avuto difficoltà a regalarmi quegli oggetti allora riservati a pochi pescatori, mi ripeteva continuamente: “Ricordati che prima di lanciare bisogna fare molti anni di canna fissa. Verrà un giorno in cui questa canna non la vorrà più nessuno. Il progresso è progresso e ci sarà anche nella pesca, e così la gente si dimenticherà che la canna fissa è la grande maestra di tutti i pescatori. È con la canna fissa che s’impara a pescare”. Aveva ragione anche in questo. Oggi, con la canna fissa non pesca quasi più nessuno. Vogliono tutti la bolognese telescopica. E così vanno a pesca di pesci difficili da prendere prima di aver fatto il lungo praticantato delle alborelle e dei vaironi, delle scardole e dei triotti. Ma soprattutto vanno a pescare senza aver trascorso alcuni anni solo con la canna fissa, non distratti da alcuna complicazione tecnica, liberi di dedicarsi allo studio dei pesci e delle loro abitudini, allo studio degli ambienti in cui i pesci vivono. È così che si forma il “senso dell’acqua”. È questo che “barba Giacu” intendeva quando non voleva che avessi un mulinello.»

Dalla canna fissa alla canna bolognese

Poche parole ancora a ricordare una persona che ha raccontato il mondo dei pesci e delle acque con la passione del pescatore e la capacità non comune del grande cronista. Alcune pagine della sua attività letteraria sono pura poesia dell’acqua e di un modo di frequentare laghi, fiumi e torrenti così lontano da quello moderno. Mario Albertarelli, giornalista e scrittore, nacque a Torino, sulle rive del Po, il 13 settembre 1933 ed è morto a Milano il 20 giugno 1997. Fu cronista di nera e poi inviato di per alcuni grandi quotidiani nazionali. La sua passione per le scienze naturali, diretta conseguenza dell’amore per la vita nei boschi, nei campi e sui monti, lo spinse verso i periodici dove poteva meglio condurre le inchieste sul dissesto ambientale che egli stesso illustrava, coltivando così l’altra sua grande passione per la fotografia. L’ultimo periodico per il quale ha lavorato è stato Natura Oggi. Ma la sua vera passione è sempre stata la pesca, da quando imparò a pescare giovanissimo insieme a un suo zio, barba Giacu, che per primo gli insegnò a saper maneggiare una canna. Ha scritto numerosi volumi sulla pesca sportiva come “L'amo e la lenza”, “Storie di pesca”, “A pesca col professore” in collaborazione con con Ettore Grimaldi e “A pesca coi campioni”, oltre che diversi manuali di pesca basati sulle sue esperienze personali come “Guida pratica alla pesca”, “Enciclopedia pratica del pescatore” e “La pesca nel fiume, nel torrente e nel lago”. Parlo di Mario Albertarelli perché fu proprio lui, nelle pagine dei suoi volumi preziosissimi a spiegarmi esattamente cosa fossero le canne “bolognesi, ma non si fermò a questo. Mario Albertarelli ricordò una delle figure più famose nell’ambito della pesca di quei tempi, Pietro Pertusati, detto “Piper”, che a Torino e per tutta la vita costruì meravigliose canne da pesca con anelli che addirittura studiava in base al pescatore che gliele commissionava, quasi ad adeguarle alla sua personalità, come fosse uno psicologo della pesca. Finito questo “Amarcord” sulla mia passione, sui miei ricordi di bambino e sul mio idolo, passo a definire la pesca con la canna bolognese, come tutti sanno nata nelle acque interne italiane per pescare sulla passata della lenza (da qui il nome della tecnica nella quale viene usata).

Cos'è la pesca alla passata?

Infatti con il termine “passata” viene definita la pratica prevalentemente utilizzata nelle acque dei fiumi di pianura con fondali pressoché uniformi in cui la lenza è in costante movimento e tenuta sempre sotto controllo grazie ad un movimento di fermo e rilascio, chiamato “trattenuta”, leggero e costante. Con questa tecnica, che richiede per il suo utilizzo proprio le canne bolognesi (oggi da 5 a 9 metri in fibra di carbonio alto modulo perciò leggerissime), il pescatore presenta l’esca molto vicino al fondo ed è quello spostamento della lenza sopra evidenziato che con la sua naturalezza e leggerezza stimola il pesce ad attaccare. Pian piano questa tecnica, grazie ai pescatori di fiume che si recavano in vacanza al mare, si è trasferita e adattata alla costa. Durante questo passaggio le attrezzature hanno subito degli adattamenti per far fronte alle problematiche date dall'usura dei materiali, dalla salsedine e dalle caratteristiche della canna che in mare può trovarsi a fronteggiare prede particolarmente combattive e un fondale molto più ostico. In mare con questa tecnica si insidiano un gran numero di specie di pesci che prima del suo utilizzo non venivano pescate con attrezzature tanto leggere e trova il suo utilizzo dalle scogliere artificiali, dai moli dei porti e sulle foci dei fiumi, meno sulle spiagge, dove la pesca a fondo risulta più opportuna … ma non è detto! La pesca con la bolognese è una tecnica piuttosto divertente, non è statica ed ha la giusta dose di mobilità per consentire al pescatore di non annoiarsi, dandogli la possibilità di concentrarsi molto sull'azione e sul contatto diretto con il pesce. In questa tecnica vengono utilizzate montature con galleggiante di varie forme e misure a seconda delle diverse caratteristiche dei fondali, delle correnti, del vento e delle prede che si vogliono insidiare, come nei fiumi e nei laghi dove nacque. Ancora a ricordare Mario Albertarelli, che nel suo libro “A pesca col professore” non utilizza la narrativa ma opta per una serie di domande e risposte, nello stesso modo proverò a rispondere agli interrogativi che in genere si pongono gli appasionati di questa bellissima tecnica di pesca.

A cosa serve una canna bolognese?

La canna bolognese è la diretta evoluzione della canna fissa e nasce dall’esigenza di poter pescare più distante da riva senza dover ricorrere ad un attrezzo più lungo che potrebbe essere ingombrante in alcune situazioni o improponibile da reggere tipo una canna di 15 metri per raggiungere la linea di passata a circa 30 metri. Ecco qual’é l’innovazione del mulinello applicato alla canna, capace di cedere la giusta quantità di filo per raggiungere qualsiasi distanza in pesca.

Perché è necessario pescare così distante?

Spesso i pesci non si tengono a tiro di canna fissa, forse perché sono stati disturbati e si sentono più sicuri a distanza maggiore da riva oppure perché lì c’è una maggiore profondità o perché quello è il posto giusto di pascolo dei soggetti di taglia maggiore.

Esiste una distanza massima da poter raggiungere?

Visto che il lancio è determinato dal peso che si ha sulla lenza è chiaro che maggiore è il peso, maggiore sarà il lancio ottenibile e maggiore sarà la distanza da raggiungere. Vanno però considerate anche delle variabili aggiuntive che influiscono sul lancio della lenza come vento, corrente e anche ampiezza del posto di pesca (libero o con ostacoli tipo rami e cespugli o costruzioni come ponti ecc.). In genere il minimo di distanza è pari alla lunghezza della canna mentre il massimo potrebbe essere una quarantina di metri, che è già una distanza alla quale solo pochi agonisti esperti riescono a pescare correttamente perché la linea di passata è molto difficile da gestire. Di solito una giusta linea di passata va dai dieci ai venti metri a seconda della bolognese usata, generalmente di sei o sette metri, assolutamente irraggiungibili con canna fissa.


La bolognese è l’unica tecnica di pesca a distanza?

Assolutamente no. Se si esclude la più antica pesca a fondo o il ledgering, pescando con il galleggiante si può optare per la roubasienne (canna fissa ad innesti lunga fino a 14,5 metri) o per la tecnica detta “all’inglese” solo che la prima ha lo stesso limite di tutte le canne fisse, anche se le cosiddette “canne francesi” raggiungono distanze maggiori delle prime mentre la seconda può essere utilizzata solo con acque assolutamente ferme o con correnti molto deboli (con la corrente il galleggiante affonderebbe in continuazione perché è fermato solo nella parte inferiore e viene trattenuto con la punta della canna per evitare la fastidiosa “pancia di lenza”). La bolognese è la canna perfetta in quanto non teme l’intensità della corrente o le profondità elevate e praticamente ci si pesca dappertutto, con leggerezza e successo.

Come scegliere la canna bolognese?

In genere la canna va scelta in base alla preda da insidiare, dall’esca da usare e dal luogo di pesca. Ad esempio se si pesca in un fiume ampio o in mare a distanza bisognerà usare una 7 o addirittura una 8 metri. Diverso è se si pesca in un moletto o in un canale stretto dove vanno bene le 5 e le 6 metri. A questo va aggiunta la ricerca dell’azione della canna; infatti se si pescano pesci grossi in acque chiare usando fili sottili la canna dovrà essere con azione parabolica per attenuare le sfuriate del pesce e bilanciare il basso carico di rottura del terminale. Invece per pesci robusti in profondità, carpe o spigole che siano, la canna è necessario sia robusta e potente per controllarne le fughe. Una cosa da imparare è che “l’anello debole si apre sempre” … mi spiego meglio: se si utilizzano fili sottili e canne robuste l’anello debole è il filo ed è questo che cederà mentre se si usano canne paraboliche e fili robusti l’anello debole diventa la canna e allora sono guai!

Quali mulinelli vanno bene per la bolognese?

Praticamente tutti quelli di dimensioni medio-piccole, con la frizione posteriore o anteriore in base alle preferenze del pescatore. Ci sono anche mulinelli con leva a freno della frizione (full control) o con frizione supplementare (leva di combattimento) che consentono di agire sulla fuoriuscita del filo senza dover stare a modificare la frizione principale. E’ importante avere una bella bobina larga e conica per facilitare l’uscita del filo e abbinare adeguatamente il mulinello alla canna, ad esempio una taglia da 2000 a 2500 per la 5 e la 6 metri mentre una taglia 300 per la 7 e la 8 metri.

Quale filo imbobinare?

Tenendo presente che per evitare nodi e punti deboli sulla lenza il filo che si dovrà imbobinare sul mulinello sarà lo stesso su cui costruire la lenza, un buono 0,14 è sicuramente quello ideale per ogni tipo di pesca. Solo quando l’acqua è particolarmente limpida e si pescano pesci sospettosi (cavedani in acqua dolce o cefali e spigole particolarmente diffidenti in mare). Può essere consigliato il caricamento del mulinello con filo dello 0,12 per consentire di stendere meglio la lenza oltre che, offrendo all’aria una superficie minima, eviterebbe deleterie pance. Scendere o salire su questi due diametri di filo ha senso solo in condizioni di pesca molto particolari, tipo la pesca della carpa o dell’orata dove ha senso anche uno 0,16 o uno 0,18 oppure la pesca in superficie a cavedani nella quale può anche essere utilizzato lo 0,08 diretto. Il filo imbobinato sul mulinello (madre-lenza) e sul quale si costruisce la lenza può essere lo stesso di quello usato come terminale (diretto) oppure maggiore di questo ma non dovrà mai essere inferiore perchè reggerebbe ad una trazione prolungata.

Se è il filo che esce dal mulinello a raggiungere la distanza di pesca, perché le canne bolognesi sono di varia lunghezza?

La lunghezza della bolognese dipende da diversi fattori quali il più importante è la profondità del luogo in cui si pesca. Infatti risulta alquanto improbabile effettuare una corretta azione di pesca se il fondo è superiore alla lunghezza della canna perché sarebbe impossibile riuscire a stendere la lenza dietro le spalle per effettuare il lancio. Altro fattore importante che giustifica la lunghezza di una bolognese è il controllo che ha sulla passata del galleggiante. Infatti più è lunga la canna e più facile effettuarne il controllo e la trattenuta, anche se distante da riva.

Che differenza c’è tra una lenza per canna fissa ed una per bolognese?

Fondamentalmente nessuna, di norma le lenze per l’una sono validissime anche per l’altra. L’unica possibile differenza è il peso del galleggiante che solitamente nelle lenze per canna fissa non supera il grammo e mezzo mentre in quelle per bolognese può anche superare i dieci.

Come si costruisce una lenza per la pesca con la bolognese in acqua dolce?

Questa è sicuramente la domanda più frequente e quella alla quale per rispondere occorre un po’ più di spazio. Ogni lenza si deve basare sia sul pesce da insidiare, sulle sue abitudini a cibarsi, sull’esca da usare e, cosa non meno importante, sulla caratteristica dei luoghi dove lo si insidia. Ad esempio la pesca a passata in acque particolarmente lente richiede che l’esca si muova senza strisciare sul fondo, mentre in acque correnti la si deve poggiare su di esso per essere trascinata dalla corrente e sarà solo opera della trattenuta, con la quale il pescatore agisce sulla lenza, che impedisce all’esca di incagliarsi sul fondo o di nascondersi tra i sassi . Di norma le lenze per la bolognese sono costituite da un tratto libero che va dal galleggiante alla piombatura, da un tratto colmo di pallini che costituisce la piombatura atta a portare l’esca sul fondo ed un altro tratto libero, il terminale, generalmente più sottile, dove viene legato l’amo sul quale si pone l’esca.


La diversità tra le lenze sta proprio nella geometria usata nell’assemblaggio della piombatura che di solito viene costruita utilizzando esclusivamente piccoli pallini di piombo spaccati posti in serie e che è assolutamente mirata alle condizioni di corrente e di profondità dell’acqua. Un semplice spostamento di questi piccoli piombi permette di ottenere schemi con logiche di lavoro molto diverse, senza dover rifare o sostituire l’intera montatura ogni volta che si cambia posto o cambiano le condizioni dell’acqua. Non si contano le migliaia di schemi differenti propinati per le lenze (anche quelle che consiglio personalmente non esulano dalla critica) ma queste possono solo indicare un’esperienza personale fatta in un certo periodo, in un certo posto e in particolari condizioni per la cattura di un determinato pesce ma non possono mai definirsi esatte o infallibili ovunque. Partendo dalla mia convinzione che le montature migliori sono sempre le più semplici, è necessario dire che esistono solo tre montature di base per una corretta lenza da bolognese.

La prima prevede la zavorra concentrata in un unico punto per mezzo di una piombatura raggruppata (bulk) che le permette di raggiungere subito il fondo e che è una montatura indirizzata ad acque profonde. La seconda montatura prevede uno schema “aperto” ovvero con uno spazio equidistante tra un pallino e l’altro (omogenea) oppure sempre maggiore a seconda che si vada verso il galleggiante (a scalare verso l’alto) o verso l’esca (a scalare verso il basso). Questo accorgimento conferisce alla lenza una maggiore morbidezza e viene indicata in acque basse per pescare a poca distanza dal fondo. L’ultima montatura è un misto tra le due e presenta sia un bulk che una scalata ad esso associata e permette alla lenza sia di scendere abbastanza rapidamente verso il fondo sia di restare abbastanza morbida e fluida per una naturale presentazione dell’esca. Quando si supera il grammo e mezzo di piombatura, quindi generalmente su lenze da due grammi in su, può essere consigliabile sostituire il bulk di pallini con una goccia di piombo (torpille) o con una sfera che sopporti il 50% della piombatura della lenza al fine di non sbilanciarla.

I galleggianti per la pesca a passata con la bolognese

Adesso tocca ai galleggianti che non solo assolutamente tutti uguali ma che hanno, per la loro forma e costruzione, un indicazione ben precisa. Quelli affusolati o a penna sono indicati per le acque pressoché ferme mentre quelli a pallina servono per vincere la forza della corrente veloce o del mare mosso. La via di mezzo sono i galleggianti a goccia per le correnti deboli o a pera rovesciata per quelle che camminano un po’ di più. Oltre al corpo, i galleggianti sono provvisti di “deriva”, posta nella parte inferiore, che può essere in balsa, carbonio o metallo a permettere una calata rispettivamente lenta, media o veloce e da “antenne” che sono la parte che permette il loro avvistamento in acqua, colorate in giallo o rosso fluorescente e possono essere fisse o intercambiabili, anche per il posizionamento dello starlight durante le sessioni di pesca in notturna (sarebbe bene colorarle ancora per la metà superiore in nero al fine di aumentarne la visibilità anche con il sole frontale). Il galleggiante ha una portata massima che viene scritta sul corpo (praticamente non si può superare quella zavorra altrimenti il galleggiante affonderebbe perdendo di efficacia). Quando il galleggiante è tarato con la zavorra massima che riesce a sopportare lascia intravedere dall’acqua la sola antenna ma a volte è necessario non piombarlo a taratura completa per evitare che non lo si riesca a vedere a distanza oppure in mare quando le onde lo farebbero affondare ad ogni loro passaggio. Resta solo da parlare dei finali che in genere divengono più lunghi man mano che ci si stacca dal fondo e sempre considerando le diverse abitudini alimentari dei pinnuti che si andranno ad insidiare, partendo dai 5 cm. per alborelle, latterini e castagnole, 10 cm. per le savette, 20 cm. per carpe e carassi, 30 cm. per barbi e cefali, 40 cm. per cavedani, saraghi ed orate e anche 80-100 cm per le spigole, assicurati alla madre-lenza per mezzo di connessioni come il doppio cappio oppure con girelline ad evitarne la torsione in fase di recupero.

Quali sono le esche migliori per la pesca a bolognese?

Tutte le esche naturali che di solito vengono usate nella pesca a canna fissa in quanto la peculiarità della bolognese è quella di essere una canna polivalente, adatta quindi ad ogni situazione di pesca. Con la bolognese si può pescare sul fondo senza utilizzare canne specifiche, semplicemente facendo in modo che la stessa esca utilizzata in quella pesca lavori appoggiata su di esso, sia in acqua dolce che in mare, ma la si può utilizzare in torrenti di montagna a trote con le camole o il lombrico e a mare con le cozze pescando le orate o il pane pescando i cefali. L’esca più utilizzata con questa tecnica è comunque il bigattino, sia in fiume e in lago che in mare, che permette la possibilità di pasturare con la stessa esca creando una scia molto adescante.


Come si sceglie un posto per pescare a bolognese?

Il vantaggio di questa pesca sta proprio nella possibilità di non essere costretti a scegliere un posto “buono” in quanto è una pesca, specie in fiume, che può essere praticata muovendosi spesso e portando al seguito un minimo di attrezzatura posta in un marsupio o nelle tasche del gilet. Essa infatti è nata proprio come una pesca di ricerca perché è il pescatore che cerca i pesci e si differenzia da quella di richiamo (anche questa effettuata con la bolognese) che per mezzo della pastura, richiama i pesci sul luogo scelto. Ma, effettuando il secondo tipo di pesca, il posto buono lo si deve cercare utilizzando un buono spirito di osservazione in quanto sarebbe controproducente abbandonarlo dopo aver pasturato (in gergo “fare il fondo”). In questo caso bisogna sempre osservare la riva tenendo conto che i posti buoni sono quelli già utilizzati da altri pescatori perché già pasturati e lì il pesce è abituato ad incrociare in quel preciso punto alla ricerca di cibo. Per evitare di usare una pastura sbagliata che potrebbe causare problemi di richiamo è indicato soffermarsi sul posto già battuto, in genere riconoscibile perché l’erba è schiacciata e perché la postazione è comoda, alla ricerca dei resti della pasturazione usata al fine di riproporre gli aromi già conosciuti dai pesci e per questo apprezzati.

Conclusioni

In conclusione solo un paio di consigli importanti come quello di non pescare sotto i cavi dell’alta tensione in quanto il carbonio con il quale sono costruite la quasi totalità delle canne da noi utilizzate è altamente conduttore di elettricità e non credo sia opportuno andare a pesca e incontrare la morte per folgorazione. Per questo motivo il secondo consiglio è quello di chiudere in fretta “baracca e burattini” non appena si ha la percezione che stia arrivando un temporale, senza aspettare di notare il fulmine in quanto già l’aria temporalesca è satura di elettricità. Per quanto riguarda la distanza di pesca da raggiungere è di norma sondare il fondo davanti a noi per scoprire buche o rialzi e pescare nelle prime senza “attaccare” sui secondi. Nei fiumi è meglio evitare di pescare al centro in quanto lì la conformazione non è di facile lettura ma cercare di rivolgere le nostre attenzioni prima del correntone principale, sfiorandolo appena, dove l’acqua rallenta. Per la pesca di richiamo servono canne più lunghe di quelle per la pesca di ricerca, quindi mentre per quest’ultima una canna di 5 metri va già bene (nei fiumi del piano o anche in mare con fondali sui tre o quattro metri), per la prima è necessario usare canne di almeno 7 metri per arrivare anche alle 8 o alle 9 in casi estremi, alla portata solo di chi è molto esperto. In questo caso è meglio iniziare con canne di 6 metri per poi “prendere la mano” e riuscire a gestire anche canne più lunghe. Spero di essere stato d’aiuto ai principianti e di aver chiarito dei concetti rimasti oscuri a coloro che questa pesca già la attuano da tempo, senza cercare di insegnare nulla a nessuno ma solo regalando un po’ delle mie esperienze, molte delle quali effettuate con gambe in acque o acquattato su uno scoglio appuntito, a cercare di capire quali fossero stati i miei errori sempre pensando ai consigli e ai suggerimenti di coloro (alcuni ci sono ancora e altri non più) che mi hanno permesso di affinare la mia tecnica.

Vito Carlo Mancino

Vito Carlo Mancino

Nasce a Bari il 31 maggio 1965. Storico, membro dell’ANPI, studioso della Shoah e Sottufficiale della Guardia di Finanza, ha vissuto in molte regioni d’Italia nelle cui acque ha immerso le sue lenze. Già garista di livello nel settore “canna da riva”, oggi regala ai più giovani le sue esperienze. Attivo a Civitanova Marche (MC) dove vive e presta servizio, ha collaborato all’organizzazione di importanti manifestazioni di Surf Casting come il Campionato Mondiale del 2005, il Trofeo Eccellenza Nord del 2007 e i Campionati Italiani del 2008.

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