Pesca al cefalo con la bolognese
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Pesca al cefalo con la bolognese

E’ un pomeriggio di metà novembre. Mentre dita pigiano la bianca tastiera del Sony Vaio, sono in un wine bar e sorseggio una cioccolata calda accompagnando l’appetito con qualche biscotto al burro. Fuori piove, il tempo non è dei migliori. Domani c’è anche l’allerta meteo per copiose precipitazioni provenienti dal Mediterraneo. Lo scenario meteorologico è cambiato. Novembre non è più lo stesso. Anni fa il cambio della stagione avveniva gradatamente e il passaggio dal caldo al freddo era molto graduale. Quest’anno è arrivata la neve già in anticipo, per la felicità degli sciatori dell'Abruzzo. Assieme ai fiocchi bianchi è giunto il Generale Inverno, colui che sconfisse Napoleone e Hitler in Russia. Siamo nel pieno di Novembre e i tepori estivi sono solo un dolce ricordo di qualche mese fa. Non voglio rendermene conto e scorro nostalgico le gallerie fotografiche dei mesi estivi. Avverto una diffusa tristezza a livello del cuore che si scioglie mentre le mie frasi prendono ordine in un testo. Con l’arrivo di Dicembre la pesca rallenta e le possibilità di praticarla concretamente diminuiscono. Venti freddi e mare agitato sono i due nemici principali per la nostra passione. L’unica alleata è l’alta pressione, che fa capolino dopo ogni tempesta, permettendoci di scendere in riva al mare assieme all’amata bolognese. E’ proprio in tali momenti che bisogna allontanare lo spettro di pigrizia che regna incontrastato la domenica tra le calde coperte e il termosifone di casa. Dobbiamo tentare di tutto per godere appieno di momenti di quiete che si frantumeranno non appena arriverà la prossima perturbazione.



L’arte della pesca al cefalo. L’inverno è molto avaro in termini di catture. C’è poco da fare: spigole o cefali. La minutaglia è ridotta all’osso. Salpe, occhiate, sparlotti, boghe e castagnole scompaiono dalla circolazione. Il progressivo abbassamento delle temperature allontana i piccoli pesci dalle coste. Restano solo le prede più grosse ma dobbiamo fare i conti con un’apatia generalizzata. I più coraggiosi sfidano la notte tentando la fortuna col gamberetto a caccia di regine. C’è un popolo di pescatori, invece, che preferisce orari meno antelucani e maggiore produttività della pesca, dirottando così l’attenzione verso il cefalo. Gli esemplari più corpulenti sono a caccia di cibi proteici in acque tiepide e mediamente profonde come quelle dei porti. La taglia si alza e il “Big” da chilo è finalmente realtà. L’ultima volta che ho affrontato l’argomento “cefalo” (o muggine, che dir si voglia) su Pescanet risale a circa due anni fa.

Nella pesca c’è sempre da imparare e ammetto di aver compreso tante cose in più col passare del tempo. Ho provato a pescarli in tutti i modi: con la sarda, con la pastella, col pane, d’estate, in primavera, in autunno e d’inverno. La pesca al cefalo è la mia preferita e, in tanti, dicono che “so pescare solo cefali”. Non so se prenderlo come un complimento o un’offesa: poco m’importa perché pesco per me stesso. Oggi ho scelto di mettere a nudo tutte le conoscenze sull’arte della pesca al cefalo con la bolognese e sento di poterlo fare. Si tratta verosimilmente di arte perché è la migliore soluzione linguistica per definire correttamente una delle pesche più complesse e divertenti che il pescatore sportivo possa mai praticare. E’ una tecnica che non va improvvisata. Potreste mai definirvi pittori sapendo usare timidamente tavolozza e pennello? No. Lo stesso dicasi per la pesca al cefalo. E’ una disciplina che richiede coscienza delle proprie capacità alieutiche e, soprattutto, tanta voglia di battere un avversario molto caparbio, che tutt’ora mi stupisce per la sua grande diffidenza che richiama l’astuzia del cavedano. Diffidate da chi definisce il cefalo un pesce “stupido”. Le sue carni non sono certo prelibate. Se pescato in ambienti portuali è decisamente valido per una spremuta di gasolio da usare per l’auto a diesel (scherzo)… ma da qui a definirlo una preda insignificante ce ne passa. Credo che il vero pescatore, specie se pratica catch & release a priori, debba provare l’emozione del cefalo prima di giudicarlo.



Le attrezzature. C’è modo e modo di pescare il cefalo. A qualcuno piace farlo con la bolognese strong, vero e proprio “mazzo di scopa”. A me, invece, piace giocare in difetto. Voglio massimizzare la sportività della battuta di pesca partendo svantaggiato. La vera pesca invernale al cefalo è come una sfida ad armi impari. Si effettua con canne bolognesi di alta gamma dotate di un’azione morbida da 6 e 7 metri. Queste hanno solitamente un profilo molto sottile e poco conico. Sviluppano un’azione dolce la cui curva tocca non solo la vetta e il sotto-vetta, bensì il terzo e il quarto pezzo. In rete la chiamo “le banane”. Io li considero veri e propri gioielli da puristi. Reggono perfettamente terminali dello 0,08/0,10 e grammature leggere da 1/1,5 grammi. I mulinelli in abbinamento seguono la filosofia della leggerezza e praticità. Un buon 2500/3000 a frizione posteriore, con almeno 5 cuscinetti a sfera, è il compagno giusto per affrontare Mr. Cefalo. Come mai la frizione anteriore? Le possibilità di regolarla sono decisamente maggiori (60 posizioni di regolazione contro 12/15 della frizione posteriore). La taglia 2500 presenta una regolarità nella fisionomia, nel senso che la bobina ha una dimensione proporzionale a quella del corpo. Molte aziende propongono i modelli 3000, con corpo di un 2500 e bobina sovradimensionata. Tali mulinelli sono veri e propri capolavori di ingegneria applicata alla pesca. Una bobina più larga contiene più filo e, al tempo stesso, ne permette una maggiore fuoriuscita.



I vantaggi sono apprezzabili solo in fase di lancio quindi acquistate un modello con bobina più larga solo se c’è da guadagnare qualche metro in più. Imbobinate il vostro mulinello con dell’ottimo 0,14, che non presenti memoria e abbia una colorazione neutra. Un terzo componente fondamentale è il galleggiante. Le forme dei segnalatori d’abboccata più indicati per il cefalo sono principalmente quattro: a carota, a goccia, ad ellisse e a forma ovulo. La carota e l’ellisse sono necessari in condizioni di acqua mossa, la goccia per acqua lenta (condizioni ottimali di alta pressione). L’ultimo, chiamato per comodità “ovulo” è un galleggiante antivento, con un corpo ribassato, più grande alla base e più alto verso la parte superiore, dotato di un’antenna lunga multicolore. Come potete notare, diversamente dai galleggianti precedenti, questo ha una deriva più corta, un corpo decentrato e un’antenna molto lunga. Completano la panoramica di attrezzature i terminali e gli ami. Pescando di fino scenderemo a patti col diavolo: nylon 0,10/0,08 armati di ami del 16/18/20 a gambo lungo con filo medio-sottile. Il fluorocarbon non è necessario perché, pescando su alte profondità, la luce è molto ridotta quindi i pesci non riescono fisicamente a distinguere un buon nylon da un fluorocarbonio quasi invisibile.



Pasturazione ed esche per il cefalo. La pesca al cefalo è un’arte che investe anche l’azione di brumeggio. L’ignoranza diffusa che leggo spesso in rete pensa che basti un “muzzo” di pane grattugiato, un po’ di formaggio, una spruzzata di olio di sarda e, magari, un po’ di ricotta andata a male. Tutto ciò può essere vero, non lo nego. Qual è però il risultato finale? Lasciamo perdere le chiacchiere e concentriamoci sulla pasturazione vera e propria. Un professionista conosce le quantità e il giusto modo di amalgamare i componenti. Ce ne sono di fondamentali e di aggiuntivi. Il pane grattugiato e il formaggio sono la base della pastura da cefalo. Le aziende di settore propongono buste da 1, 2, 3 e 5 kg con varie tipologie di sfarinato. Le migliori (ahimè le più costose) sono quelle da chilogrammo al cui interno è presente una miscela di pane grattugiato fine, di colore bianco, aglio e formaggio in polvere. L’olio di sarda, la pasta di acciughe, il glutammato, ecc. sono componenti a parte, che alterano il gusto finale della pastura a seconda delle quantità. Onde evitare di trasformare la nostra casa in una cloaca maleodorante, consiglio vivamente di preparare la pastura una volta arrivati sul posto.

Un composto da un chilo e mezzo è sufficiente per almeno quattro ore di pesca. Riversiamo il contenuto di una busta di pastura da cefalo in una bacinella. Aggiungiamo mezzo chilo di pane grattugiato a grana fine. Concediamo una spruzzata di glutammato che avrà la funzione di esaltare la sapidità della pastura. Qualora scegliessimo di pescare col pane aggiungiamoci una bustina di formaggio grattugiato da etto (ottime quelle di basso costo reperibili nel banco frigo del supermarket). Se dovessimo pescare col trancio di sarda, sostituiamo il formaggio con un bicchiere di olio di sarda. Mescoliamo tutto e amalgamiamo con acqua salata presa sul luogo di pesca. Confezioniamo delle palle di pastura grosse dapprima come un’arancia e un mandarino poi. Queste avranno il compito di mantenere il pesce in costante attività nei pressi del galleggiante. Dopo aver concluso la preparazione della pastura, passiamo alle esche. Possiamo usare la pastella pronta, il pan carrè o il trancio di sarda. Le prime due sono esche universali che funzionano d’estate e d’inverno ma falliscono in condizioni di acqua terribilmente fredda. In quei casi è solo l’apporto nutriente della sarda ad avere la meglio sui cefali che ne sono terribilmente ingordi!



Montature. Esistono due linee di pensiero sulle montature da cefalo: torpille o spallinata. La torpille ha il vantaggio di presentare in modo chirurgico e immediato un bel boccone pronto per essere gustato a pranzo. E’ una soluzione rigida che lascia poco spazio alla creatività. Si passa una torpille sulla lenza madre per un peso pari a 1/1,5 grammi e la si blocca con un aggancio rapido a cui andranno collegati due terminali di 40/50 cm dello 0,10/0,08. La spallinata è tutt’altro che rigida e vanta una migliore presentazione dell’esca che è libera di fluttuare controcorrente. Per costruirla dobbiamo disporre in un metro e mezzo di lenza una serie di pallini molto aperti verso la girella, più chiusi man mano che saliamo in alto. I terminali saranno un po’ più lunghi, pari a 50/60 cm dello 0,10/0,08. Entrambe le lenze presentano vantaggi e svantaggi. Credo che la spallinata sia l’arma migliore per combattere la diffidenza estrema dei cefali in mattinate di alta pressione, luna piena e cielo sereno. La torpille è più performante quando il gioco si fa duro quindi in giornate cupe e uggiose con un po’ di vento tiepido proveniente dai quadranti caldi.



Azione di pesca. Apriamo le danze con un bombardamento di pastura. Sondiamo e posizioniamoci ad un palmo dal fondale. Inneschiamo qualsivoglia esca e attendiamo il banchetto dei cefali. L’attesa può essere di minuti ma anche di ore. Le temperature ridotte influiscono sul metabolismo dei pinnuti. Le ore migliori sono sicuramente quelle più calde quindi non serve andare a pesca all’alba, bensì concentrate gli sforzi tra le 9 del mattino e le 15. La prima abboccata può essere decisiva. Attenzione a non ferrare con troppa veemenza! C’è il rischio di spaventare il branco dei cefali vanificando gli sforzi. Combattete con calma senza troppo strafare e rilassatevi osservando le potenzialità offerte da una bolognese ad azione morbida. Sarà lei stessa a gestire il cefalo senza accorgervene. Una volta sfinito, il cefalo sale a galla ma non è tutto. Improvvisamente, alla vista della testa di guadino, riparte verso il fondo, agitando corpo e pinne, mettendo a dura prova l’esile terminale dello 0,08. Manteniamo i nervi santi evitando di imprecare contro il Creatore. Aspettate l’ultimo guizzo prima di entrare definitivamente nel guadino. Così una, due, tre, dieci, venti volte. A fine pescata rilasciate il pescato. E’ un invito personale dettato da una coscienza animalista radicata dentro di me. Il pesce ha giocato con voi, ha regalato emozioni e sorrisi. E’ bene rilasciarlo per ridargli la vita. I cefali e Madre Natura vi ringraziano. State facendo la cosa giusta.



Conclusioni. C’è poco da aggiungere a un pezzo che ho scritto di getto con tutto ciò che sentivo nel cuore. Mentre raccontavo di lenze, terminali e combattimenti, la mia mente era diretta ai ricordi fotografici che rendono completezza all’articolo. In tanti anni ho pescato quintali di pesce in acque interne e in mare: carassi, carpe, trote, spigole, occhiate, boghe, cefali. Ho provato il ledgering, la pesca all’inglese, la roubaisienne, il light rock fishing, l’eging, lo spinning, la trota lago. Sono tutte pesche fantastiche ma soltanto una è riuscita a colpire nel profondo. Il cefalo è il mio primo vero amore. Attenti! Potreste innamorarvi anche voi!
Autore

Marco de Biase

Direttore di Pescanet, classe 1983. Pugliese d'origine ma vive a Trento. Nella vita è Digital Avertising Specialist - Certificato Google e Facebook al servizio di Archimede, società di marketing e comunicazione. Dopo una lunga esperienza in mare, adesso frequenta le acque dolci del Trentino e dintorni, divulgando la pesca al colpo, il ledgering, lo spinning e la trota lago. Pescatore e fotografo poliedrico, ambizioso, audace, amante delle sfide. Vanta collaborazioni passate con le riviste "I Segreti dei Pescatori" e Pescareonline.
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